venerdì 30 maggio 2014

Hollywood Party (1968)

Poster del film
Hollywood Party è un bel film del 1968 che purtroppo è finito nel dimenticatoio (come tanti altri bei film dei tempi passati), ma che rimane uno dei film migliori per quanto riguarda il genere comico, e in particolare quello delle gag, di cui il regista Blake Edwards è stato uno dei migliori interpreti (basterebbe citare il suo film più famoso, cioè La pantera rosa).
Il titolo originale è The Party, e bisogna fare attenzione a non confondersi con un altro film che si chiama appunto Hollywood Party che è un musical americano del 1934.

Nel complesso la trama del film può essere riassunta in poche righe. Un imbranatissimo attore indiano, Hrundi V. Bakshi (interpretato da uno straordinario Peter Sellers), è stato ingaggiato a Hollywood come comparsa in un film, ma viene cacciato proprio durante le riprese a causa della sua tremenda goffaggine.
Il regista però non si limita a cacciarlo, ma comunica il nome dell'attore al produttore del film con l'intento di impedirgli di lavorare ancora nel mondo del cinema. Purtroppo il produttore si appunta il nome dell'attore indiano sullo stesso foglio in cui era riportata la lista degli invitati a un party nella propria villa.
Bakshi ovviamente accetterà l'invito, e non appena varcherà la soglia della lussuosa villa, si susseguiranno una serie continua di situazioni comiche, complici anche lo strampalato personale di servizio e gli invitati alla festa.
Peter Sellers in versione... indiana
In generale Bakshi viene praticamente ignorato da quasi tutti gli invitati e da tutto il personale, e per gran parte del film lo vedremo girovagare per la grande casa caratterizzata da un'architettura particolare, che per esempio comprende una sorta di ruscello che percorre il salone principale. Solo Michèle Monet (Claudine Longet), una cantante francese con il sogno di fare l'attrice, sembra provare simpatia verso l'attore indiano, e non esiterà a gettarsi in piscina per salvare Bakshi, che era finito in piscina al termine di una delle tante gag in cui era rimasto coinvolto.
Il colpo di grazia alla festa viene dato dall'arrivo imprevisto della figlia del produttore assieme a un piccolo elefante imbrattato di scritte di protesta; Bakshi protesterà per il trattamento riservato al povero animale, e la ragazza in compagnia dei suoi amici deciderà di lavare l'elefante riempiendo di schiuma l'intera villa.

Come ho già detto all'inizio, ritengo Hollywood Party un bel film, anche se probabilmente non adatto a tutti. Infatti, nonostante le tante gag che si susseguono durante il film, il ritmo spesso rallenta e questo può risultare noioso, specialmente agli occhi del pubblico moderno. Inoltre a differenza della comicità moderna, che sembra non riuscire a fare a meno di sfociare nella volgarità più becera, qui non si scade mai nel turpiloquio o in scene volgari, e anche questo potrebbe non facilitarne l'apprezzamento da parte di un pubblico moderno.
La fantastica Morgan "Three-Wheelers" guidata da
Peter Sellers nel film. 
In generale ho sempre trovato particolarmente interessanti film o romanzi in grado di svilupparsi in contesti ristretti, e questo film ne è un esempio perfetto, svolgendosi quasi del tutto all'interno della villa, con una gestione quasi teatrale delle scene.
Infine credo che chiunque abbia visto il film, non possa non aver notato l'automobile con cui Bakshi si reca alla festa. Si tratta di un autociclo prodotto dalla Morgan negli anni '20 appartenente alla serie Three-Wheelers, ossia è dotata di tre ruote.


Per concludere un bel film leggero di cui consiglio assolutamente la visione.

giovedì 29 maggio 2014

Infernalia - Books of blood - Volume one (1984)

Infernalia è il titolo italiano che si è scelto di dare al primo dei Libri di sangue pubblicato da Clive Barker nel 1984. Il libro è composto da cinque racconti anticipati da una sorta di breve prologo. All'epoca i Libri di sangue ebbero un immediato successo, e da diversi racconti sono stati tratti anche dei film, in alcuni casi diretti dallo stesso Clive Barker.
Ricordo di aver letto tanti anni fa uno dei Libri di sangue, e benché non abbia un ricordo molto nitido dei racconti contenuti in quel libro, mi è comunque rimasto un ricordo positivo di quanto avevo letto. Per questo motivo ho deciso di leggermi tutti i Libri di sangue, a partire dal primo.
Onestamente devo dire di essere rimasto abbastanza deluso; non tanto nelle storie in sé, che comunque non mi hanno fatto una grande impressione, o comunque non tanto da giustificare un tale successo, ma piuttosto nel modo in cui sono state scritte.

Clive Barker negli anni '80
Barker ha uno stile particolare, che però nel complesso mi ha parecchio infastidito; da un lato sembra ricercare un tono quasi aulico, ma fallisce non riuscendo a dare la giusta fluidità al testo e sembrando sempre un po' sopra le righe, mentre dall'altro lato si lascia andare in più di un'occasione a una fastidiosa sciatteria, soprattutto nelle descrizioni.
Per esempio nel racconto "Mai dire maiale" si trova questa frase:

 "Altri arrivarono da dietro l'angolo. Due ragazzi e un'infermiera, una creatura alquanto brutta."

Non dico che doveva dilungarsi in una descrizione ultra dettagliata dell'infermiera, ma un piccolo sforzo in più poteva farlo: è questo che intendo quando dico che a volte lo stile di Barker appare sciatto. Un altro esempio, tratto dall'ultimo racconto del libro, è il seguente: 

"La strada si andava rapidamente deteriorando, le buche diventavano crateri, le gibbosità facevano sussultare l'automobile come se le ruote passassero su corpi umani."

Perché fare un paragone di questo tipo? Non penso capiti molto spesso di passare con la macchina sopra dei corpi umani (o almeno, lo spero…), e quindi viene da pensare che l'abbia usata giusto per aggiungere un aspetto macabro in un punto del racconto dove ciò non era necessario.
Avendolo letto in italiano però, mi rimane il dubbio che parte di questo scempio dipenda da una traduzione fatta un po' con i piedi, e quindi mi riserbo di fare ulteriori valutazioni in merito dopo la lettura degli altri Libri di sangue.

Il libro si apre con un breve racconto intitolato "Il libro di sangue" (The book of blood). In questo breve preambolo viene narrata l'origine dei libri di sangue. In una imprecisata casa un falso medium finge di potersi mettere in contatto con i morti, fino a quando la barriera che divide la nostra realtà con l'aldilà non si squarcia e la stanza in cui opera il finto medium viene invasa da una lunga schiera di spiriti che hanno tanta voglia di comunicare le loro storie. E lo faranno, incidendo parola per parola le loro storie sul corpo del giovane malcapitato. Ritengo questo brano una delle cose migliori di questa antologia; purtroppo però il resto dell'opera raramente riesce a raggiungere la stessa qualità.

Il racconto successivo si intitola "Macelleria mobile di mezzanotte" (The midnight meat train): un misterioso ed efferato killer si aggira per New York mietendo vittime, preferendo svolgere tale attività all'interno dei vagoni ferroviari. Proseguendo nella lettura del racconto si scoprirà che l'uomo è al servizio di una nutrita schiera di esseri mostruosi che si cibano di carne umana e vivono nelle profondità di New York. La storia è abbastanza piacevole da leggere nonostante i continui cambi di punto di vista che un po' disturbano, ma nel complesso non mi ha particolarmente entusiasmato, più che altro per il finale che ho trovato piuttosto scontato. Nel 2008 da questo racconto è stato tratto il film Prossima fermata - L'inferno.

Locandina del film tratto da
Macelleria mobile di mezzanotte
Segue "Il Ciarliero e Jack" (The Yattering e Jack). A un demone viene assegnato un compito all'apparenza molto semplice: far cadere nella più completa disperazione un uomo che pare essere insignificante. In realtà l'uomo è tutt'altro che un ingenuo e per il demone il compito si dimostrerà davvero arduo…  Anche dopo aver completato la lettura del racconto faccio fatica a capire se si tratta di un racconto comico o di un racconto dell'orrore. Nel primo caso direi che il racconto non è affatto male, perché ci ho trovato diversi spunti comici che sono riusciti a strapparmi qualche sorriso. Un problema che ho riscontrato e che non mi ha permesso di godermi fino in fondo il racconto è che l'autore rivela quasi subito il "trucco" attorno al quale si svolge la storia, quando invece avrebbe fatto meglio ad attendere il finale.

Il titolo originale del quarto racconto è Pig blood blues, ma in italiano si è deciso di tradurlo in "Mai dire maiale". Ma che cavolo di titolo è? Perché non lasciare il titolo originale? Comunque, a parte questo, nella storia un ex poliziotto viene assunto in un riformatorio dove però si accorge fin da subito che accadono fatti strani, che ruotano intorno a un enorme maiale in cui si è reincarnato un ex inquilino del riformatorio. Questa è la storia che mi è piaciuta di meno, anche perché penso che in questo caso l'autore non è stato in grado di sfruttare al meglio il contesto della prigione che di solito offre ottime possibilità e spunti nel genere horror. Ritengo che la storia poteva essere approfondita di più e sviluppata meglio, magari con un finale un po' meno prevedibile.

Il penultimo racconto si intitola "Sesso, morte e stelle" (Sex, death and starshine). La storia si svolge all'interno dell'Elysium Theather in cui si sta per svolgere la sua ultima rappresentazione prima di essere chiuso per sempre. Per tale occasione, vecchi attori e impresari che nel passato avevano fatto grande il teatro, ritornano in vita per dare una degna "morte" all'Elysium. Personalmente il migliore racconto di questa antologia; per carità, non si tratta di nulla di straordinario, ma l'ho trovato ben equilibrato e in generale il più curato dell'antologia.

Copertina dell'edizione italiana
di Infernalia.
Sesto e ultimo racconto dell'antologia è "In collina, le città" (In the hills, the cities): ambientato nella ex Jugoslavia, descrive una singolare sfida tra due cittadine confinanti dell'entroterra. In sostanza ogni dieci anni l'intere popolazione di ciascuna città si riunisce per formare un gigante dalla forma umana, formato dai corpi dei cittadini che si vanno a legare fra loro per formare i tessuti e gli organi del gigante. Poi, una volta formati, i due giganti si dovranno sfidare in combattimento. Nel racconto però qualcosa va storto nell'assemblaggio di uno dei giganti, che collassa subito su se stesso uccidendo tutti gli abitanti, mentre l'altro gigante fugge via in preda alla follia. E tutto questo sotto gli occhi di una coppia americana in vacanza nell'ex Jugoslavia…
A mio parere è l'unico racconto in cui si avverte una forte dose di originalità, che poteva essere davvero un gran bel racconto se fosse stato narrato con maggiore cura, magari evitando di soffermarsi un paragrafo sì e un paragrafo no sui i soliti cliché del genere horror. C'è chi è riuscito a dare una lettura politica all'intero racconto: qui per esempio potete trovare un bell'articolo che mette in relazione il racconto con il concetto di Stato sviluppato da due diversi filosofi, Hobbes e Schmitt.

In definitiva è stata una lettura abbastanza deludente, e da questo punto di vista il fatto che si sia trattato di un'antologia mi ha sicuramente aiutato ad arrivare alla fine del libro. Comunque non ho problemi ad ammettere che gli ultimi due racconti sono riusciti a risollevare in parte l'opinione che mi sono fatto di questo primo Libro di sangue.

È comunque il primo di una serie di libri, che ho comunque intenzione di provare a leggere, nella speranza che la qualità dei racconti migliori.

mercoledì 28 maggio 2014

Rio grande (1950)

Poster Rio grande
Rio Grande è un classico del cinema western diretto da John Ford nel 1950 e che ha come protagonista il grande John Wayne.
Si tratta del terzo film della famosa "trilogia della cavalleria" di John Ford, che comprende anche Il massacro di Fort Apache (1948) e I cavalieri del Nord Ovest (1949).
In Italia, per motivi a me incomprensibili, il titolo è diventato Rio Bravo, che è il titolo di un altro film western sempre con John Wayne del 1959 che in Italia è stato tradotto col titolo "Un dollaro d'onore".

Il film è ambientato nel 1879 sulla frontiera tra Texas e Messico dove il colonnello Kirby Yorke (John Wayne) guida un avamposto della cavalleria, con l'ordine di fronteggiare le ripetute e selvagge scorribande degli indiani.
Un giorno il figlio del colonnello, Jefferson Yorke (Claude Jarman Jr.), arriva al campo assieme a un gruppo di nuove reclute. Il ragazzo aveva provato a intraprendere la carriera da ufficiale, ma fallisce gli esami a West Point, per cui ha deciso di proseguire la sua carriera militare come soldato semplice. Inizialmente il colonnello Yorke cerca di mantenere un atteggiamento distaccato nei confronti del figlio, ma in più di un occasione si abbandona ad atteggiamenti protettivi. Comunque sul campo il ragazzo dimostra di essere un buon soldato, ma a questo punto al campo giunge la madre di Jefferson, Kathleen Yorke (Maureen O’Hara), intenzionata a riportarlo a casa. Ovviamente non è così semplice, perché la richiesta deve essere sottoscritta dallo stesso Jefferson, che appare molto risoluto nel continuare per la propria strada, e l'autorizzazione deve essere concessa dal colonnello Yorke.
La famiglia Yorke al completo.
È evidente fin dal primo momento che la situazione tra Yorke e la moglie è alquanto complessa: da un lato c'è ancora una forte attrazione tra loro, ma la moglie non ha ancora perdonato quanto accaduto 15 anni prima durante la campagna della Valle dello Shenandoah, quando il colonnello Yorke, ubbidendo a ordini superiori, dette fuoco a molte fattorie sudiste, tra cui quella della famiglia di sua moglie.
Durante l'addestramento veniamo a scoprire anche che una delle nuove reclute, il soldato Tyree (interpretato da Ben Johnson, che avrà una lunga carriera che lo porterà a recitare anche con Clint Eastwood, nel 1968, in Impiccalo più in alto), è accusato di omicidio, ma riesce a fuggire prima che lo sceriffo riuscisse a catturarlo.
A un certo punto gli indiani attaccano il campo; la cavalleria risponde all'attacco, ma per l'ennesima volta il colonnello York deve desistere dallo sferrare l'attacco finale agli indiani perché costretto a fermarsi sulle sponde del Rio Grande, al confine con il Messico.
Poi finalmente il generale Sheridan (J. Carrol Naish)concede a York questa possibilità, a patto che se ne assuma tutte le responsabilità, soprattutto in caso di esito negativo. Per York è l'occasione che attendeva da una vita: organizza una spedizione al di là del Rio Grande, mentre il resto della cavalleria avrebbe scortato la carovana di donne e bambini fino a Fort Bliss.
Purtroppo sono quest'ultimi a vedersela con gli indiani, che riusciranno anche a rapire un gruppo di bambini. Per fortuna il soldato Tyree, in precedenza fuggito dal campo, intercetta gli indiani in fuga scoprendo il loro nascondiglio. Non solo: una volta raggiunto il colonnello York, si offre volontario come avanguardia nella missione di recupero dei bambini. York accetta l'offerta, concedendogli di scegliere le persone da portare con sé in questa pericolosa missione; tra le persone scelte da Tyree, c'è anche Jefferson.
Il soldato Tyree in azione contro gli indiani.
La missione di recupero è un pieno successo, anche se il colonnello York rimane ferito da una freccia; Jefferson riceve un'onorificenza mentre Tyree, con l'aiuto del colonnello, riesce ancora una volta a fuggire allo sceriffo che ha alle calcagna.

Rio Grande è un film che appartiene all'epoca classica del cinema western, dove gli indiani erano i cattivi e l'uomo bianco rappresentava sempre la parte buona. Non dico questo con tono polemico; piuttosto si tratta di una semplice osservazione che resta valida per la gran parte del cinema western prodotto negli anni '50.
Il film, oltre per l'ottima regia e gli scenari spettacolari nonostante il bianco e nero, è ricordato soprattutto perché presenta per la prima volta la coppia formata da John Wayne e Maureen O'Hara.
La coppia appare fin da subito molto affiatata, con John Wayne veramente a proprio agio nel ruolo del colonnello della cavalleria strenuamente ligio al suo dovere, mentre la O'Hara è molto convincente nel ruolo della fiera e aggressiva donna del Sud.
I due reciteranno insieme in altri quattro film: Un uomo tranquillo (1952), Le ali delle aquile (1957), McLintock! (1963 e Il grande Jake (1971).
Una cosa interessante in questo film è l’inserimento nella storia di personaggi e fatti reali, che collocano il film in un preciso contesto storico. In particolare mi riferisco al Generale Philip Sheridan, che è realmente esistito ed è stato un protagonista della campagna della Valle dello Shenandoah nel 1864 e, a guerra di Secessione terminata, ebbe un ruolo determinante nelle guerre indiane.
 
Un'immagine del vero generale
Philip Sheridan
STORIA:  la storia è ben gestita e mescola in modo armonioso scene di azione con momenti più tranquilli, per la maggior parte incentrati sul rapporto tra Yorke e la moglie. In generale comunque la storia è piuttosto lineare e piacevole da seguire. 7/10

PERSONAGGI: John Wayne è semplicemente perfetto nel ruolo del protagonista, e anche il resto del cast si comporta ottimamente. Personalmente ho apprezzato molto il personaggio del soldato Tyree, che con il suo atteggiamento un po’ guascone fornisce una maggiore vitalità al film, soprattutto nelle parti più salienti. 7/10

COMPONENTE FEMMINILE: l’unica protagonista femminile è interpretato da Maureen O’Hara, che regge bene la scena, anche considerando che praticamente l’intero film si svolge all’interno di un campo militare. 7/10

AMBIENTAZIONE: che dire, la Monument Valley riesce ad apparire straordinaria anche in immagini in bianco e nero. 8/10

SPARATORIE: le scene d'azione in realtà non sono tante ma a mio parere sono ben gestite, soprattutto per quanto riguarda l’attacco da parte degli indiani al convoglio di donne e bambini e anche l’attacco finale della cavalleria al rifugio indiano. Certo, oggi fanno un po’ sorridere le parti in cui le scene sono state volutamente velocizzate per dare più dinamicità agli scontri a fuoco, ma sarebbe ingiusto non tenere in considerazione che si tratta di un film girato nel 1950. E comunque rimane un punto a favore il fatto che anche nelle scene più frenetiche lo spettatore è sempre in grado di capire chi spara a chi e più in generale cosa sta succedendo. 8/10

COLONNA SONORA: onestamente ho trovato un po’ eccessive le parti cantate, e anche un po’ noiose. Ma come detto in precedenza, va tenuto conto che probabilmente questo era ciò che invece piaceva al pubblico dell’epoca. 6/10



lunedì 26 maggio 2014

Nevada Smith (1966) Extended Version

Nevada Smith è un film diretto da Henry Hathaway nel 1966, sulla base di una sceneggiatura scritta da J. M. Hayes che si ispirò a un personaggio del romanzo "The Carpetbaggers" scritto da Harold Robbins nel 1964.
Locandina del film

Si tratta sostanzialmente di un film sulla vendetta, ma in qualche modo si concentra anche sul percorso di formazione del protagonista Max Sand (interpretato da Steve McQueen), che all'inizio del film è un ingenuo ragazzo mezzosangue (la madre è indiana) che vede i propri genitori assassinati dopo essere stati a lungo torturati da tre banditi.
Max Sand si lancia subito all'inseguimento, ma è poco più che un ragazzo e non ha la più pallida idea di cosa vuol dire affrontare il selvaggio west. Per sua fortuna durante l'inseguimento incontra numerose persone che in un modo nell'altro lo aiutano; tra questi il più importante è il commerciante di armi Jonas Cord (Brian Keith) che gli insegnerà a sparare. Cercherà anche di convincerlo ad abbandonare i suoi propositi di vendetta, ma Max si dimostra irremovibile. Alla fine i due si separano, ma a questo punto Max è ormai diventato un perfetto pistolero, e si dirige in città, dove una prostituta indiana chiamata Neema (Janet Margolin) lo aiuterà a identificare il primo degli assassini a cui sta dando la caccia. Max riesce a ucciderlo, ma rimane gravemente ferito; Neema decide quindi di portarlo con sé nella riserva indiana per curarlo. Purtroppo la bellezza e la pace di quei luoghi non riescono a far desistere Max dalla vendetta, e una volta guarito si getta all'inseguimento della seconda preda, fino a raggiungere le paludi della Louisiana. Qui infatti l'assassino è stato imprigionato per aver tentato di rapinare una banca: Max decide quindi di seguirlo, e una volta entrato nella prigione, fa amicizia con lui. Ben presto i due studieranno un piano per evadere e, aiutati da Pilar (Suzanne Pleshette) cercheranno di fuggire. Durante l'evasione Max riesce a uccidere il suo compagno di fuga, ma dietro di sé dovrà lasciare anche il cadavere di Pilar, uccisa dal morso di un serpente.
Steve McQueen nei panni di Max Sand:
non proprio il classico mezzosangue...
La morta della ragazza lo turba, ma rimane fedele alla sua missione e andrà alla caccia del terzo e ultimo assassino. Prima però farà la conoscenza di Padre Zaccardi (Raf Vallone) che gli racconterà di come le loro storie personali sono molto simili (i suoi genitori erano stati uccisi dagli indiani quando lui era molto piccolo), ma che lui aveva rinunciato alla vendetta. Neanche in questo caso Max si lascia convincere e finalmente raggiunge  l'ultimo assassino, Tom Fitch (Karl Malden), che con una banda di malfattori si accingeva ad assalire un convoglio carico d'oro in Arizona. Qui il copione è molto simile a quanto detto in precedenza: prima entrerà nelle grazie di Fitch, per poi ultimare la sua vendetta.
In realtà all'ultimo momento Max rinuncerà a uccidere Fitch, lasciandolo ferito in riva a un fiume.

La prima particolarità del film che si nota è la bizzarra scelta di far interpretare a  un trentaseienne Steve McQueen la parte di un giovane mezzosangue, che si può spiegare solamente considerando il periodo in cui il film è stato concepito e realizzato, ovvero gli anni '60. In questo periodo infatti il movimento per i diritti civili era al massimo della sua influenza e il tema della razza era molto popolare.
A parte questo la sceneggiatura è molto lineare, ma nel complesso il film è piacevole da vedere, anche nella extended version che dura poco più di due ore. Questo grazie anche alla buona interpretazione degli attori, e in particolare dello stesso Steve McQueen che, pur trovandosi fuori ruolo per fisicità, riesce comunque a distinguere bene il Max Sand giovane e ingenuo della prima parte del film dal Max Sand intento a cercare vendetta. Molto buona anche la regia e soprattutto ottima l'ambientazione, che spazia dal deserto del west americano alle paludi del Sud.
Steve McQueen con la bella Suzanne Pleshette.
Il tema razziale a cui ho accennato in precedenza emerge solo a tratti, senza appesantire troppo la narrazione degli eventi, e anche il percorso di formazione di Max Sand rimane sempre in secondo piano, in favore di una maggiore attenzione alle tematiche più convenzionali del genere western: sparatorie, inseguimenti, il pistolero solitario in cerca di vendetta, ecc.


In definitiva un film che riesce ancora a intrattenere, e dove il tema della vendetta e della redenzione finale del protagonista vengono sviluppati ottimamente a differenza di western più recenti come per esempio The LoneRanger, dove si è pensato di più all'apparenza piuttosto che alla sostanza.

STORIA:  sceneggiatura lineare e nel complesso piuttosto convenzionale, ma riesce comunque a mantenere desto l’interesse dello spettatore. 7/10

PERSONAGGI: impossibile non fare il tifo per Max Sand nella sua ricerca di vendetta. In generale tutti interessanti (chi più, chi meno) i personaggi che ruotano attorno il protagonista, compresi i tre villain del film. 7/10

COMPONENTE FEMMINILE: due i personaggi femminili, l’indiana Neema e Pilar, che aiuterà Max Sand a evadere dal carcere in Louisiana. Per quanto non compaiono per lungo tempo su schermo, non sono messe lì solo per una questione estetica ma svolgono un importante ruolo nella maturazione del protagonista, anche a livello morale. 7/10

AMBIENTAZIONE: in questo film il protagonista si ritrova a girovagare in lungo e in largo per tutto il West, tanto che durante la produzione del film sono state utilizzate 46 diverse location nell’Ynyo National Forest (che si estende tra la California del sud e il sud-ovest del Nevada) e nella Owens Valley che si trova nella Eastern Sierra Mountains (sempre nel sud della California). 9/10

SPARATORIE: le scene d’azione non sono tante ma nel complesso sono ben distribuite durante l’intera durata del film. Ben fatto l’assalto alla diligenza carica d’oro alla fine del film. 6/10


venerdì 23 maggio 2014

Mad Max (1979)

La splendida locandina del film
Mad Max, conosciuto in Italia con il titolo di "Interceptor", è un film del 1979 diretto da George Miller e che nel cast annovera un giovanissimo Mel Gibson, qui nel suo primo ruolo da protagonista. Il film è famoso anche per i notevoli incassi (oltre 100 milioni di dollari) nonostante il basso budget investito (circa 300000 dollari australiani), ed è di fatto il film australiano di maggior successo di tutti i tempi.

In un futuro non troppo lontano la società che conosciamo sta lentamente svanendo, abbandonandosi a una crescente anarchia, e dove pare che il passatempo preferito è quello di bighellonare per le strade su moto o auto truccate violando sistematicamente la legge, mentre solo un manipolo di uomini si erge contro il caos generato da queste bande. Uno di questi uomini di legge è Max Rockatansky (Mel Gibson) che uccide dopo un inseguimento automobilistico Nightrider (Vincent Jil), il capo di una di queste bande. Il resto della banda gli giura vendetta, e ben presto prenderanno di mira i colleghi  di Rockatansky, ma soprattutto la sua famiglia; solo a quel punto Max prenderà la decisione di sterminare l'intera banda a bordo della V8 Interceptor Bmw V772.

Non è facile capire in che tipo di futuro sia ambientato Mad Max; certamente non troppo lontano dal nostro presente, perché parte della struttura sociale che noi conosciamo pare essere ancora intatta (e se non lo fosse, dove troverebbero il carburante per alimentare le tante moto e automobili che si vedono nel film?), mentre sembra che non esistano forze dell'ordine vere e proprie. La scelta di questa maggiore vicinanza ai nostri tempi (per esempio rispetto a Mad Max 2, ambientato in un futuro post-atomico), probabilmente indotta dal basso budget a disposizione del regista, è in ogni caso azzeccata, perché dona a tutta la storia un tono molto più realistico e quindi ancora più inquietante.
Esiste comunque questo gruppo esiguo di uomini che cerca di opporsi all'anarchia che regna per le strade.
E la strada è in effetti il contesto in cui il film da il meglio di sé, agevolato dal paesaggio australiano che ben si presta, con i suoi rettilinei infiniti, ad ospitare adrenalinici inseguimenti automobilistici. Un altro componente essenziale del film è rappresentato dalla violenza quasi selvaggia, priva di umorismo e soprattutto immotivata, che ricorda la violenza folle mostrata da Kubrick in Arancia Meccanica.

Max Rockatansky alla guida dell'Interceptor
Ma il vero film di riferimento di Mad Max è "Il giustiziere della notte" di Michael Winner, uscito nel 1974 e che ha come tema di fondo quello della vendetta, vista come l'unico mezzo per ottenere una vera e propria giustizia. C'è poi anche un altro aspetto che lega i due protagonisti di questi film; è un evento traumatico e violento a trasformare entrambi in due vendicatori implacabili. Prima della morte della moglie Jessie (Joanne Samuel) e del figlio infatti Max Rockatansky non aveva di certo la vocazione dell'eroe vendicatore, anche se dallo spettacolare inseguimento iniziale si intuisce che è probabilmente il migliore nel pattugliare  e riportare ordine nelle strade.
Nel cast si notano maggiormente le interpretazioni di Mel Gibson nel ruolo di Max  Rockatansky e di Hugh Keays-Byrne nei panni di Toecutter, il villain che con la sua folle violenza distruggerà la vita a Max.
È impossibile infine non parlare della V8 Interceptor, l'auto di cui si impossesserà Max nel finale per mettere in atto la sua vendetta su Toecutter e tutta la sua banda. Indicata da molti come una delle più belle auto mai apparse in un film, è stata realizzata a partire da una Ford Falcon XB GT Coupé del 1973, a cui è stato aggiunto un fittizio compressore volumetrico che nel film le consente di essere più veloce di un aeroplano.


Il film ottenne un grosso successo a livello planetario, anche se non immediato per via della censura adottata in molti paesi. Sull'onda di tale successo, George Miller realizzerà con budget ben più corposi altri due film con protagonista Mel Gibson nei panni di Max  Rockatansky: Mad Max 2: The road warrior e Mad Max beyond thunderdome. Si vocifera di un nuovo film della serie che uscirà nel 2015 che si intitolerà Mad Max Fury road e in cui il ruolo di protagonista pare verrà affidato a Tom Hardy
Nel video qua sotto alcune immagini che suggeriscono cosa ci attende in questo nuovo film della saga di Mad Max.

martedì 20 maggio 2014

RoboCop 2 (1990)

Locandina del film
RoboCop 2 uscì nelle sale nel 1990, tre anni dopo il grande successo del film RoboCop di Verhoeven. Questa volta alla regia troviamo Irvin Kerschner, famoso soprattutto per aver diretto "L'impero colpisce ancora", il secondo episodio della serie di "Guerre stellari", mentre la sceneggiatura è affidata a  Frank Miller, noto autore di fumetti, tra cui la serie  "Sin city" e la graphic novel "300", qui all'esordio come sceneggiatore.

Il film è ambientato pochi mesi dopo gli eventi narrati in RoboCop: la città di Detroit è nei debiti fino al collo, e quindi è sempre più nelle mani della OCP, che è sempre interessata alla costruzione di Delta City sulle macerie della vecchia Detroit.
Il cattivo di turno è Cain, un pericoloso criminale che controlla lo spaccio di una nuova e potente droga chiamata Nuke, e che RoboCop (Peter Weller), con l'aiuto della collega Anne Lewis (Nancy Allen), cerca a tutti i costi di fermare.
In un primo momento Cain ha alla meglio, tanto che riesce a fare a pezzi RoboCop, abbandonandolo in fin di vita di fronte alla stazione di polizia. La OCP è l'unica ad avere le risorse per ripararlo, ma è riluttante perché pensa alla realizzazione di nuovi cyborg; alla fine accetta di riparare RoboCop per evitare cadute di immagine, ma rielabora la sua programmazione inserendo centinaia di direttive nel sistema operativo di RoboCop che rischiano di farlo impazzire.
RoboCop dopo essere stato fatto a pezzi da Cain
RoboCop quindi decide di sottoporsi a una scarica elettrica da alto amperaggio che gli permette di cancellare tutte le direttive aggiunte dalla OCP: ora è pronto a battersi con Cain, e infatti dopo una battaglia sanguinosa riuscirà a catturarlo.
Purtroppo la OCP ha piani diversi per Cane: è infatti stato scelto come cavia per la realizzazione di una nuova generazione di cyborg chiamato RoboCop II. Come era prevedibile, ben presto Cane diventa incontrollabile e servirà un furioso scontro con la polizia di Detroit capeggiata da RoboCop per distruggerlo definitivamente.

Dopo il grande successo di RoboCop era inevitabile che venisse girato un seguito riguardo al cyborg di pattuglia di Detroit.
Come nell'originale anche questo film è più volte interrotto da finti spot pubblicitari che dipingono un futuro violento e degenerato, anche se poi il tono dell'intero film è molto meno cupo del precedente. Il livello di violenza è infatti è più basso, e anche la satira sociale si dimostra essere più grossolana e molto meno efficace.
La nuova generazione di cyborg
ideata dalla OCP
Non so quanto abbia influenzato l'aver letto il nome di Irvin Kershner nella scheda tecnica del film, ma devo dire che in più di un'occasione mentre guardavo RoboCop muoversi non ho potuto fare a meno di pensare mentre cammina ha le stesse movenze di C-3PO, il droide imbranato color oro della serie Guerre Stellari. E credo che in definitiva questo sia il punto forte del film: come l'originale, non si prende troppo sul serio, rinunciando anche a gran parte della componente satirica in favore di un puro action movie, sostenuto da effetti speciali più che dignitosi e da scene con un taglio quasi demenziale.
Molto più semplice in questo film il compito di Peter Weller, che recita per la quasi totalità del film con il costume di RoboCop addosso; sufficiente anche la prova del resto del cast.


In definitiva un film discreto, che non aggiunge nulla al primo film della serie ma che si lascia guardare ancora oggi. Il tono leggero, a tratti quasi demenziale della storia è secondo me un aspetto positivo, che di fatto rende accettabili certi passaggi a vuoto della sceneggiatura. 

domenica 18 maggio 2014

The Expanse - Book two: Caliban's War

Caliban's War è il secondo romanzo della serie "The expanse" ed è il seguito di Leviathan Wakes.
La storia riprende pochi mesi dopo gli eventi narrati nel primo romanzo della serie: il sistema solare è appena scampato da un devastante attacco da parte di una tecnologia aliena intenzionata a portare all'estinzione l'intera razza umana, ma la minaccia aliena è ancora in agguato. In questo contesto le tensioni tra le varie potenze del sistema solare e l'avidità di multinazionali senza scrupoli contribuiscono a rendere ancora più fosco il futuro dell'umanità.

La bella copertina di
Caliban's War
Piccolo riassunto di Leviathan Wakes:una potente azienda senza scrupoli decide di sfruttare una sorta di tecnologia aliena per scopi militari, ma la cosa gli sfugge di mano, arrivando quasi a innescare una guerra interplanetaria tra la Terra, Marte e l'Alleanza dei Pianeti Esterni , nonché  alla distruzione della Terra. È solo grazie all'intervento (e al sacrificio) del detective Miller che la minaccia aliena viene dirottata sul pianeta Venere, senza però essere  annientata. Anzi, la protomolecola aliena pare trovarsi a suo agio nella densa e tossica atmosfera di Venere, tanto da crescere ed evolversi.

Caliban's war prende il via pochi mesi dopo questi eventi, e ha inizio sulla luna più grande di Giove, Ganimede, di strategica importanza per le colonie più esterne del sistema solare: infatti, essendo l'unica luna del sistema solare dotata di megnetosfera, Ganimede rappresenta una colonia in cui è possibile coltivare cibo, e dove le donne possono partorire in totale sicurezza essendo protetta dalle radiazioni. Qui si verifica uno scontro tra le forze armate terrestri e quelle marziane, che portano alla distruzione della colonia. Tra i militari coinvolti, l'unica sopravvissuta è Roberta "Bobbie" Draper, che riferirà una verità allarmante: all'origine dello scontro c'era una sorta di mostro alieno, apparentemente invincibile, che aveva attaccato indiscriminatamente sia i terrestri che i marziani. L'unico politico che crederà al racconto di Bobbie, e che soprattutto si renderà conto della gravità della situazione, è Christen Avasarala, un'anziana rappresentante delle Nazioni Unite. Quindi collaborerà con Bobbie per risolvere il mistero e impedire che si scateni una guerra interplanetaria tra Marte e la Terra.
Parallelamente vengono narrate le vicende di un colono di Ganimede che sopravvive alla distruzione della colonia ma scopre che sua figlia Mei è stata rapita. In suo soccorso giungerà il capitano Holden, già protagonista del primo romanzo della serie. Alla fine Holden e Avasarala si renderanno conto che gli uomini dietro al rapimento di Mei sono gli stessi che sono responsabili della distruzione di Ganimede e quindi decideranno di unire le forze nell'adrenalinico finale del romanzo.

Copertina dell'audiobook di
Caliban's War
 Molto di quanto detto per Leviathan Wakes può essere ripetuto per questo romanzo: ciò che affascina maggiormente è il contesto creato dagli autori, cioè un sistema solare fortemente colonizzato dall'umanità e descritto con una spiccata attenzione ai particolari, al fine di rendere tutto il più plausibile possibile. Anche per le battaglie spaziali c'è la stessa attenzione, senza che questo però vada a intaccare il divertimento.
Un miglioramento a mio parere è dato dall'aumento delle voci narranti, che da due passano a quattro, perché questo conferisce più ritmo e permette allo stesso tempo di entrare maggiormente nel cuore degli eventi. Oltre al capitano Holden, già voce narrante nel primo romanzo, qui si aggiungono i punti di vista di Bobbie, Prax e Avasarala. Quest'ultima merita una menzione speciale perché ritengo sia il personaggio più riuscito, mentre per il capitano Holden vale quanto detto in precedenza: a mio parere non è caratterizzato a dovere, e spesso certe sue decisioni sembrano quasi prese per assecondare le svolte narrative del romanzo.
Uno sforzo maggiore poi poteva essere effettuato nel creare dei "cattivi" più credibili, almeno a livello di motivazioni e di comportamento. Un altro aspetto che mi ha un po' deluso è il fatto che non viene rivelato nulla in più riguardo la minaccia aliena rispetto a quanto detto nel precedente romanzo: la speranza è che queste rivelazioni siano contenute nel terzo libro della serie, Abaddon's Gate.


Nel complesso, a chi è piaciuto Leviathan wakes quasi certamente rimarrà soddisfatto anche da questo secondo romanzo, che presenta più o meno gli stessi difetti del primo ma con delle varianti (per esempio il numero maggiore di punti di vista) che vanno ad arricchire il prodotto finale.