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mercoledì 11 giugno 2014

McLintock! (1963)

Locandina del film
McLintock! è una commedia western del 1963 diretta da Andrew V. McLaglen e che ha per protagonista John Wayne. Si tratta di uno dei film di maggior successo di John Wayne, anche se i toni del film hanno nel tempo diviso la critica e l'audience tra chi ha apprezzato il film e chi no.

Nel film John Wayne interpreta un ricco proprietario terriero che ha fatto fortuna allevando bestiame. All'inizio del film viene messa in risalto la sua condizione di single: quando non è intento a giocare a scacchi, passa il tempo libero a ubriacarsi e, nel tornare a casa, si esibisce in un numero in cui risulta infallibile: lanciare il cappello in cima alla banderuola segnavento in cima al tetto.
Un giorno McLintock assume Dev (Patrick Wayne, il figlio di John), un ragazzo appena trasferitosi nella zona in cerca di fortuna, assieme alla sorella minore e alla madre Louise Warren (Yvonne De Carlo), che viene assunta come cuoca.
È a questo punto che compare la moglie di McLintock, Katherine (Maureen O'Hara), che lo aveva lasciato due anni prima perché sospettava che la tradisse.
Il motivo del suo ritorno al ranch, oltre alla richiesta di divorzio, è la loro figlia Becky (Stefanie Powers), di ritorno dal collegio, e di cui vuole ottenere l'affidamento, cosa a cui ovviamente McLintock si oppone.
Becky è inizialmente attratta da Douglas (Jerry Van Dyke), ma presto si innamorerà di Dev. La situazione tra McLintock e la moglie è molto più burrascosa, e si risolverà con un frenetico inseguimento per tutto il paese che si conclude con Mclintock che prende a sculacciate la moglie, convincendola a tornare con lui.

In primo piano John Wayne intento a sculacciare
Maureen O'Hara, mentre sullo sfondo Patrick
Wayne e Stefanie Powers osservano divertiti.
Questa commedia, liberamente ispirata alla commedia "La bisbetica domata" di William Shakespeare, all'epoca fu un gran successo. Onestamente ho iniziato a guardare il film con un po' di titubanza, perché in genere preferisco guardare western più "seri", ma già a metà del film mi sono dovuto ricredere, e alla fine ho dovuto ammettere che nel complesso mi sono anche divertito. Ovviamente il film è tutt'altro che perfetto: ho trovato un po' eccessive le scene musicali, e forse si poteva fare a meno di qualche altra scena che rallenta il ritmo del film.
 È evidente guardando il film come John Wayne fosse molto a suo agio nella parte di George Washington McLintock, ma anche il resto del cast svolge un ottimo lavoro. Da menzionare l'ottima interpretazione di Maureen O'Hara, che abbiamo già visto al fianco di John Wayne nel film RioGrande.
In realtà considerare questo film come una semplice commedia sarebbe in parte riduttivo, in quanto il film presenta anche una certa componente politica che secondo molti critici rispecchia la visione politica e non solo di John Wayne.
John Wayne e Yvonne de Carlo
in un'altra scena del film. 
Quella che traspare è una visione molto conservatrice riguardo a molti aspetti, come per esempio la famiglia e il ruolo un po' subordinato della donna, ma in parte viene bilanciata da aspetti più liberali, come per esempio la tutela dei diritti dei Nativi Americani, o la decisione di McLintock di lasciare gran parte della sua proprietà al governo americano dopo la sua morte.


Per concludere, si tratta di una commedia che a distanza di 50 anni è ancora in grado di divertire, ma soprattutto rimane un film essenziale la cui visione della società e della politica influenzerà gran parte dei successivi film western di John Wayne.

domenica 1 giugno 2014

Impiccali più in alto (1968)

Locandina originale del film
Dopo l'enorme successo internazionale ottenuto recitando nella mitica "Trilogia del dollaro", Clint Eastwood nel 1968 si dedica ancora una volta nel cinema western recitando come protagonista nel film Impiccalo più in alto (Hang 'em high) diretto da Ted Post, con cui avrebbe lavorato successivamente anche in Una 44 Magnum per l'ispettore Callaghan. In realtà la prima opzione alla regia era Sergio Leone, che però era già occupato alla lavorazione di un altro capolavoro del cinema western, C'era una volta il West.

Il film è ambientato nei territori dell'Oklahoma, nel 1889, e le prime scene mostrano Jed Cooper (Clint Eastwood), un ex vicesceriffo che ha deciso di darsi all'allevamento di bestiame,  che viene fermato da una banda formata dal Capitano Wilson (Ed Begley), Reno (Joseph Sirola), Miller (Bruce Dern), Jenkins (Bob Steele), Matt Stone (Alan Hale Jr.), Charlie Blackfoot (Ned Romero), Maddow (Russell Thorson), Tommy (Jonathan Lippe) and Loomis (L. Q. Jones). Questi lo accusano di aver rubato il bestiame, ma senza attendere un giusto processo decidono di eseguire immediatamente la sua impiccagione. Jed si salva miracolosamente grazie all'intervento dello sceriffo Dave Bliss (Ben Johnson), e portato di fronte al giudice Adam Fenton (Pat Hingle), viene riconosciuto innocente e viene nominato sceriffo. Da questo punto in poi l'unico obbiettivo di Jed è quello di identificare e catturare coloro che avevano tentato di linciarlo.

Il cast del film è di tutto di rispetto: infatti oltre al protagonista Clint Eastwood, troviamo anche altri grandi interpreti del cinema western: Ben Johnson per esempio ha lavorato in importanti western come Rio Grande (1950) e Il mucchio selvaggio (1969). Stesso discorso per Bruce Dern, che ha spesso interpretato il ruolo di cattivo in diversi film western, tra cui I giustizieri del west (1975). Nel film inoltre fa una breve apparizione anche Dennis Hopper (attore e regista del famoso Easy Rider).

Ecco come veniva applicata la legge nel West...
Il film si sviluppa attorno alla sete di vendetta del protagonista, ma cerca di approfondire anche il rapporto a volte discutibile tra giustizia e violenza. Questo dilemma è impersonato nella figura del giudice  Fenton, che offre una visione molto violenta della giustizia. Infatti non esita a dichiarare che qualunque forma di clemenza verrebbe recepita dalla popolazione come una scusa per non rispettare la legge.
Il personaggio del giudice Fenton è ispirato a un giudice realmente esistito, il giudice Isaac Parker, che per lo zelo con cui condannava gli imputati alla forca, era soprannominato The Hanging Judge. Parker operò a Fort Smith in Arkansas e la sua giurisdizione comprendevano anche i territori dell'Oklahoma, che a fine ottocento erano ancora un territorio di frontiera, sede anche di molte riserve indiane. Un altro aspetto storico che viene messo in evidenza dal film era la difficile e pericolosa attività dello sceriffo federale che operava nei territori di frontiera.
Impiccalo più in alto è il primo film prodotto dalla società di produzione Malpaso Production di proprietà dello stesso Eastwood, fondata nel 1968 e ancora in attività.

Nel film è possibile avvertire tracce delle atmosfere che caratterizzano i western di Sergio Leone, in gran parte proprio per la presenza di Clint Eastwood che interpreta un personaggio molto simile al cavaliere senza nome dei film di Leone. A parte questo però, il livello complessivo è nettamente inferiore, anche se per quanto detto in precedenza, ritengo che valga comunque la pena vederlo.
 
La locandina italiana
del film
STORIA:  la storia non presenta nulla di particolare e non è molto originale, ma ho apprezzato i tanti riferimenti a personaggi e eventi storici. 6/10

PERSONAGGI: Eastwood ripropone in larga misura lo stesso personaggio visto nei film della Trilogia del dollaro, anche se qui non vaga libero per il west ma è a tutti gli effetti un uomo di legge. Interessante la figura del giudice Fenton, mentre i cattivi del film ritengo siano stati un po' trascurati.  6/10

COMPONENTE FEMMINILE: praticamente inesistente, se si escludono le prostitute del bordello locale e dal personaggio di Rachel Warren (Inger Stevens), che però sembra messo lì giusto perché un personaggio femminile ci vuole sempre. 4/10

AMBIENTAZIONE: non è sfruttata al massimo, anche perché gran parte del film si svolge all'interno di paesi piuttosto anonimi. 5/10

SPARATORIE: le scene d'azione breve e non risultano particolarmente entusiasmanti, ma nel complesso sono ben organizzate. 6/10


COLONNA SONORA: nel complesso mi è piaciuta, anche se in certi casi, l'ho trovata un po' troppo invadente. 5/10

venerdì 30 maggio 2014

Hollywood Party (1968)

Poster del film
Hollywood Party è un bel film del 1968 che purtroppo è finito nel dimenticatoio (come tanti altri bei film dei tempi passati), ma che rimane uno dei film migliori per quanto riguarda il genere comico, e in particolare quello delle gag, di cui il regista Blake Edwards è stato uno dei migliori interpreti (basterebbe citare il suo film più famoso, cioè La pantera rosa).
Il titolo originale è The Party, e bisogna fare attenzione a non confondersi con un altro film che si chiama appunto Hollywood Party che è un musical americano del 1934.

Nel complesso la trama del film può essere riassunta in poche righe. Un imbranatissimo attore indiano, Hrundi V. Bakshi (interpretato da uno straordinario Peter Sellers), è stato ingaggiato a Hollywood come comparsa in un film, ma viene cacciato proprio durante le riprese a causa della sua tremenda goffaggine.
Il regista però non si limita a cacciarlo, ma comunica il nome dell'attore al produttore del film con l'intento di impedirgli di lavorare ancora nel mondo del cinema. Purtroppo il produttore si appunta il nome dell'attore indiano sullo stesso foglio in cui era riportata la lista degli invitati a un party nella propria villa.
Bakshi ovviamente accetterà l'invito, e non appena varcherà la soglia della lussuosa villa, si susseguiranno una serie continua di situazioni comiche, complici anche lo strampalato personale di servizio e gli invitati alla festa.
Peter Sellers in versione... indiana
In generale Bakshi viene praticamente ignorato da quasi tutti gli invitati e da tutto il personale, e per gran parte del film lo vedremo girovagare per la grande casa caratterizzata da un'architettura particolare, che per esempio comprende una sorta di ruscello che percorre il salone principale. Solo Michèle Monet (Claudine Longet), una cantante francese con il sogno di fare l'attrice, sembra provare simpatia verso l'attore indiano, e non esiterà a gettarsi in piscina per salvare Bakshi, che era finito in piscina al termine di una delle tante gag in cui era rimasto coinvolto.
Il colpo di grazia alla festa viene dato dall'arrivo imprevisto della figlia del produttore assieme a un piccolo elefante imbrattato di scritte di protesta; Bakshi protesterà per il trattamento riservato al povero animale, e la ragazza in compagnia dei suoi amici deciderà di lavare l'elefante riempiendo di schiuma l'intera villa.

Come ho già detto all'inizio, ritengo Hollywood Party un bel film, anche se probabilmente non adatto a tutti. Infatti, nonostante le tante gag che si susseguono durante il film, il ritmo spesso rallenta e questo può risultare noioso, specialmente agli occhi del pubblico moderno. Inoltre a differenza della comicità moderna, che sembra non riuscire a fare a meno di sfociare nella volgarità più becera, qui non si scade mai nel turpiloquio o in scene volgari, e anche questo potrebbe non facilitarne l'apprezzamento da parte di un pubblico moderno.
La fantastica Morgan "Three-Wheelers" guidata da
Peter Sellers nel film. 
In generale ho sempre trovato particolarmente interessanti film o romanzi in grado di svilupparsi in contesti ristretti, e questo film ne è un esempio perfetto, svolgendosi quasi del tutto all'interno della villa, con una gestione quasi teatrale delle scene.
Infine credo che chiunque abbia visto il film, non possa non aver notato l'automobile con cui Bakshi si reca alla festa. Si tratta di un autociclo prodotto dalla Morgan negli anni '20 appartenente alla serie Three-Wheelers, ossia è dotata di tre ruote.


Per concludere un bel film leggero di cui consiglio assolutamente la visione.

mercoledì 28 maggio 2014

Rio grande (1950)

Poster Rio grande
Rio Grande è un classico del cinema western diretto da John Ford nel 1950 e che ha come protagonista il grande John Wayne.
Si tratta del terzo film della famosa "trilogia della cavalleria" di John Ford, che comprende anche Il massacro di Fort Apache (1948) e I cavalieri del Nord Ovest (1949).
In Italia, per motivi a me incomprensibili, il titolo è diventato Rio Bravo, che è il titolo di un altro film western sempre con John Wayne del 1959 che in Italia è stato tradotto col titolo "Un dollaro d'onore".

Il film è ambientato nel 1879 sulla frontiera tra Texas e Messico dove il colonnello Kirby Yorke (John Wayne) guida un avamposto della cavalleria, con l'ordine di fronteggiare le ripetute e selvagge scorribande degli indiani.
Un giorno il figlio del colonnello, Jefferson Yorke (Claude Jarman Jr.), arriva al campo assieme a un gruppo di nuove reclute. Il ragazzo aveva provato a intraprendere la carriera da ufficiale, ma fallisce gli esami a West Point, per cui ha deciso di proseguire la sua carriera militare come soldato semplice. Inizialmente il colonnello Yorke cerca di mantenere un atteggiamento distaccato nei confronti del figlio, ma in più di un occasione si abbandona ad atteggiamenti protettivi. Comunque sul campo il ragazzo dimostra di essere un buon soldato, ma a questo punto al campo giunge la madre di Jefferson, Kathleen Yorke (Maureen O’Hara), intenzionata a riportarlo a casa. Ovviamente non è così semplice, perché la richiesta deve essere sottoscritta dallo stesso Jefferson, che appare molto risoluto nel continuare per la propria strada, e l'autorizzazione deve essere concessa dal colonnello Yorke.
La famiglia Yorke al completo.
È evidente fin dal primo momento che la situazione tra Yorke e la moglie è alquanto complessa: da un lato c'è ancora una forte attrazione tra loro, ma la moglie non ha ancora perdonato quanto accaduto 15 anni prima durante la campagna della Valle dello Shenandoah, quando il colonnello Yorke, ubbidendo a ordini superiori, dette fuoco a molte fattorie sudiste, tra cui quella della famiglia di sua moglie.
Durante l'addestramento veniamo a scoprire anche che una delle nuove reclute, il soldato Tyree (interpretato da Ben Johnson, che avrà una lunga carriera che lo porterà a recitare anche con Clint Eastwood, nel 1968, in Impiccalo più in alto), è accusato di omicidio, ma riesce a fuggire prima che lo sceriffo riuscisse a catturarlo.
A un certo punto gli indiani attaccano il campo; la cavalleria risponde all'attacco, ma per l'ennesima volta il colonnello York deve desistere dallo sferrare l'attacco finale agli indiani perché costretto a fermarsi sulle sponde del Rio Grande, al confine con il Messico.
Poi finalmente il generale Sheridan (J. Carrol Naish)concede a York questa possibilità, a patto che se ne assuma tutte le responsabilità, soprattutto in caso di esito negativo. Per York è l'occasione che attendeva da una vita: organizza una spedizione al di là del Rio Grande, mentre il resto della cavalleria avrebbe scortato la carovana di donne e bambini fino a Fort Bliss.
Purtroppo sono quest'ultimi a vedersela con gli indiani, che riusciranno anche a rapire un gruppo di bambini. Per fortuna il soldato Tyree, in precedenza fuggito dal campo, intercetta gli indiani in fuga scoprendo il loro nascondiglio. Non solo: una volta raggiunto il colonnello York, si offre volontario come avanguardia nella missione di recupero dei bambini. York accetta l'offerta, concedendogli di scegliere le persone da portare con sé in questa pericolosa missione; tra le persone scelte da Tyree, c'è anche Jefferson.
Il soldato Tyree in azione contro gli indiani.
La missione di recupero è un pieno successo, anche se il colonnello York rimane ferito da una freccia; Jefferson riceve un'onorificenza mentre Tyree, con l'aiuto del colonnello, riesce ancora una volta a fuggire allo sceriffo che ha alle calcagna.

Rio Grande è un film che appartiene all'epoca classica del cinema western, dove gli indiani erano i cattivi e l'uomo bianco rappresentava sempre la parte buona. Non dico questo con tono polemico; piuttosto si tratta di una semplice osservazione che resta valida per la gran parte del cinema western prodotto negli anni '50.
Il film, oltre per l'ottima regia e gli scenari spettacolari nonostante il bianco e nero, è ricordato soprattutto perché presenta per la prima volta la coppia formata da John Wayne e Maureen O'Hara.
La coppia appare fin da subito molto affiatata, con John Wayne veramente a proprio agio nel ruolo del colonnello della cavalleria strenuamente ligio al suo dovere, mentre la O'Hara è molto convincente nel ruolo della fiera e aggressiva donna del Sud.
I due reciteranno insieme in altri quattro film: Un uomo tranquillo (1952), Le ali delle aquile (1957), McLintock! (1963 e Il grande Jake (1971).
Una cosa interessante in questo film è l’inserimento nella storia di personaggi e fatti reali, che collocano il film in un preciso contesto storico. In particolare mi riferisco al Generale Philip Sheridan, che è realmente esistito ed è stato un protagonista della campagna della Valle dello Shenandoah nel 1864 e, a guerra di Secessione terminata, ebbe un ruolo determinante nelle guerre indiane.
 
Un'immagine del vero generale
Philip Sheridan
STORIA:  la storia è ben gestita e mescola in modo armonioso scene di azione con momenti più tranquilli, per la maggior parte incentrati sul rapporto tra Yorke e la moglie. In generale comunque la storia è piuttosto lineare e piacevole da seguire. 7/10

PERSONAGGI: John Wayne è semplicemente perfetto nel ruolo del protagonista, e anche il resto del cast si comporta ottimamente. Personalmente ho apprezzato molto il personaggio del soldato Tyree, che con il suo atteggiamento un po’ guascone fornisce una maggiore vitalità al film, soprattutto nelle parti più salienti. 7/10

COMPONENTE FEMMINILE: l’unica protagonista femminile è interpretato da Maureen O’Hara, che regge bene la scena, anche considerando che praticamente l’intero film si svolge all’interno di un campo militare. 7/10

AMBIENTAZIONE: che dire, la Monument Valley riesce ad apparire straordinaria anche in immagini in bianco e nero. 8/10

SPARATORIE: le scene d'azione in realtà non sono tante ma a mio parere sono ben gestite, soprattutto per quanto riguarda l’attacco da parte degli indiani al convoglio di donne e bambini e anche l’attacco finale della cavalleria al rifugio indiano. Certo, oggi fanno un po’ sorridere le parti in cui le scene sono state volutamente velocizzate per dare più dinamicità agli scontri a fuoco, ma sarebbe ingiusto non tenere in considerazione che si tratta di un film girato nel 1950. E comunque rimane un punto a favore il fatto che anche nelle scene più frenetiche lo spettatore è sempre in grado di capire chi spara a chi e più in generale cosa sta succedendo. 8/10

COLONNA SONORA: onestamente ho trovato un po’ eccessive le parti cantate, e anche un po’ noiose. Ma come detto in precedenza, va tenuto conto che probabilmente questo era ciò che invece piaceva al pubblico dell’epoca. 6/10



lunedì 26 maggio 2014

Nevada Smith (1966) Extended Version

Nevada Smith è un film diretto da Henry Hathaway nel 1966, sulla base di una sceneggiatura scritta da J. M. Hayes che si ispirò a un personaggio del romanzo "The Carpetbaggers" scritto da Harold Robbins nel 1964.
Locandina del film

Si tratta sostanzialmente di un film sulla vendetta, ma in qualche modo si concentra anche sul percorso di formazione del protagonista Max Sand (interpretato da Steve McQueen), che all'inizio del film è un ingenuo ragazzo mezzosangue (la madre è indiana) che vede i propri genitori assassinati dopo essere stati a lungo torturati da tre banditi.
Max Sand si lancia subito all'inseguimento, ma è poco più che un ragazzo e non ha la più pallida idea di cosa vuol dire affrontare il selvaggio west. Per sua fortuna durante l'inseguimento incontra numerose persone che in un modo nell'altro lo aiutano; tra questi il più importante è il commerciante di armi Jonas Cord (Brian Keith) che gli insegnerà a sparare. Cercherà anche di convincerlo ad abbandonare i suoi propositi di vendetta, ma Max si dimostra irremovibile. Alla fine i due si separano, ma a questo punto Max è ormai diventato un perfetto pistolero, e si dirige in città, dove una prostituta indiana chiamata Neema (Janet Margolin) lo aiuterà a identificare il primo degli assassini a cui sta dando la caccia. Max riesce a ucciderlo, ma rimane gravemente ferito; Neema decide quindi di portarlo con sé nella riserva indiana per curarlo. Purtroppo la bellezza e la pace di quei luoghi non riescono a far desistere Max dalla vendetta, e una volta guarito si getta all'inseguimento della seconda preda, fino a raggiungere le paludi della Louisiana. Qui infatti l'assassino è stato imprigionato per aver tentato di rapinare una banca: Max decide quindi di seguirlo, e una volta entrato nella prigione, fa amicizia con lui. Ben presto i due studieranno un piano per evadere e, aiutati da Pilar (Suzanne Pleshette) cercheranno di fuggire. Durante l'evasione Max riesce a uccidere il suo compagno di fuga, ma dietro di sé dovrà lasciare anche il cadavere di Pilar, uccisa dal morso di un serpente.
Steve McQueen nei panni di Max Sand:
non proprio il classico mezzosangue...
La morta della ragazza lo turba, ma rimane fedele alla sua missione e andrà alla caccia del terzo e ultimo assassino. Prima però farà la conoscenza di Padre Zaccardi (Raf Vallone) che gli racconterà di come le loro storie personali sono molto simili (i suoi genitori erano stati uccisi dagli indiani quando lui era molto piccolo), ma che lui aveva rinunciato alla vendetta. Neanche in questo caso Max si lascia convincere e finalmente raggiunge  l'ultimo assassino, Tom Fitch (Karl Malden), che con una banda di malfattori si accingeva ad assalire un convoglio carico d'oro in Arizona. Qui il copione è molto simile a quanto detto in precedenza: prima entrerà nelle grazie di Fitch, per poi ultimare la sua vendetta.
In realtà all'ultimo momento Max rinuncerà a uccidere Fitch, lasciandolo ferito in riva a un fiume.

La prima particolarità del film che si nota è la bizzarra scelta di far interpretare a  un trentaseienne Steve McQueen la parte di un giovane mezzosangue, che si può spiegare solamente considerando il periodo in cui il film è stato concepito e realizzato, ovvero gli anni '60. In questo periodo infatti il movimento per i diritti civili era al massimo della sua influenza e il tema della razza era molto popolare.
A parte questo la sceneggiatura è molto lineare, ma nel complesso il film è piacevole da vedere, anche nella extended version che dura poco più di due ore. Questo grazie anche alla buona interpretazione degli attori, e in particolare dello stesso Steve McQueen che, pur trovandosi fuori ruolo per fisicità, riesce comunque a distinguere bene il Max Sand giovane e ingenuo della prima parte del film dal Max Sand intento a cercare vendetta. Molto buona anche la regia e soprattutto ottima l'ambientazione, che spazia dal deserto del west americano alle paludi del Sud.
Steve McQueen con la bella Suzanne Pleshette.
Il tema razziale a cui ho accennato in precedenza emerge solo a tratti, senza appesantire troppo la narrazione degli eventi, e anche il percorso di formazione di Max Sand rimane sempre in secondo piano, in favore di una maggiore attenzione alle tematiche più convenzionali del genere western: sparatorie, inseguimenti, il pistolero solitario in cerca di vendetta, ecc.


In definitiva un film che riesce ancora a intrattenere, e dove il tema della vendetta e della redenzione finale del protagonista vengono sviluppati ottimamente a differenza di western più recenti come per esempio The LoneRanger, dove si è pensato di più all'apparenza piuttosto che alla sostanza.

STORIA:  sceneggiatura lineare e nel complesso piuttosto convenzionale, ma riesce comunque a mantenere desto l’interesse dello spettatore. 7/10

PERSONAGGI: impossibile non fare il tifo per Max Sand nella sua ricerca di vendetta. In generale tutti interessanti (chi più, chi meno) i personaggi che ruotano attorno il protagonista, compresi i tre villain del film. 7/10

COMPONENTE FEMMINILE: due i personaggi femminili, l’indiana Neema e Pilar, che aiuterà Max Sand a evadere dal carcere in Louisiana. Per quanto non compaiono per lungo tempo su schermo, non sono messe lì solo per una questione estetica ma svolgono un importante ruolo nella maturazione del protagonista, anche a livello morale. 7/10

AMBIENTAZIONE: in questo film il protagonista si ritrova a girovagare in lungo e in largo per tutto il West, tanto che durante la produzione del film sono state utilizzate 46 diverse location nell’Ynyo National Forest (che si estende tra la California del sud e il sud-ovest del Nevada) e nella Owens Valley che si trova nella Eastern Sierra Mountains (sempre nel sud della California). 9/10

SPARATORIE: le scene d’azione non sono tante ma nel complesso sono ben distribuite durante l’intera durata del film. Ben fatto l’assalto alla diligenza carica d’oro alla fine del film. 6/10


venerdì 23 maggio 2014

Mad Max (1979)

La splendida locandina del film
Mad Max, conosciuto in Italia con il titolo di "Interceptor", è un film del 1979 diretto da George Miller e che nel cast annovera un giovanissimo Mel Gibson, qui nel suo primo ruolo da protagonista. Il film è famoso anche per i notevoli incassi (oltre 100 milioni di dollari) nonostante il basso budget investito (circa 300000 dollari australiani), ed è di fatto il film australiano di maggior successo di tutti i tempi.

In un futuro non troppo lontano la società che conosciamo sta lentamente svanendo, abbandonandosi a una crescente anarchia, e dove pare che il passatempo preferito è quello di bighellonare per le strade su moto o auto truccate violando sistematicamente la legge, mentre solo un manipolo di uomini si erge contro il caos generato da queste bande. Uno di questi uomini di legge è Max Rockatansky (Mel Gibson) che uccide dopo un inseguimento automobilistico Nightrider (Vincent Jil), il capo di una di queste bande. Il resto della banda gli giura vendetta, e ben presto prenderanno di mira i colleghi  di Rockatansky, ma soprattutto la sua famiglia; solo a quel punto Max prenderà la decisione di sterminare l'intera banda a bordo della V8 Interceptor Bmw V772.

Non è facile capire in che tipo di futuro sia ambientato Mad Max; certamente non troppo lontano dal nostro presente, perché parte della struttura sociale che noi conosciamo pare essere ancora intatta (e se non lo fosse, dove troverebbero il carburante per alimentare le tante moto e automobili che si vedono nel film?), mentre sembra che non esistano forze dell'ordine vere e proprie. La scelta di questa maggiore vicinanza ai nostri tempi (per esempio rispetto a Mad Max 2, ambientato in un futuro post-atomico), probabilmente indotta dal basso budget a disposizione del regista, è in ogni caso azzeccata, perché dona a tutta la storia un tono molto più realistico e quindi ancora più inquietante.
Esiste comunque questo gruppo esiguo di uomini che cerca di opporsi all'anarchia che regna per le strade.
E la strada è in effetti il contesto in cui il film da il meglio di sé, agevolato dal paesaggio australiano che ben si presta, con i suoi rettilinei infiniti, ad ospitare adrenalinici inseguimenti automobilistici. Un altro componente essenziale del film è rappresentato dalla violenza quasi selvaggia, priva di umorismo e soprattutto immotivata, che ricorda la violenza folle mostrata da Kubrick in Arancia Meccanica.

Max Rockatansky alla guida dell'Interceptor
Ma il vero film di riferimento di Mad Max è "Il giustiziere della notte" di Michael Winner, uscito nel 1974 e che ha come tema di fondo quello della vendetta, vista come l'unico mezzo per ottenere una vera e propria giustizia. C'è poi anche un altro aspetto che lega i due protagonisti di questi film; è un evento traumatico e violento a trasformare entrambi in due vendicatori implacabili. Prima della morte della moglie Jessie (Joanne Samuel) e del figlio infatti Max Rockatansky non aveva di certo la vocazione dell'eroe vendicatore, anche se dallo spettacolare inseguimento iniziale si intuisce che è probabilmente il migliore nel pattugliare  e riportare ordine nelle strade.
Nel cast si notano maggiormente le interpretazioni di Mel Gibson nel ruolo di Max  Rockatansky e di Hugh Keays-Byrne nei panni di Toecutter, il villain che con la sua folle violenza distruggerà la vita a Max.
È impossibile infine non parlare della V8 Interceptor, l'auto di cui si impossesserà Max nel finale per mettere in atto la sua vendetta su Toecutter e tutta la sua banda. Indicata da molti come una delle più belle auto mai apparse in un film, è stata realizzata a partire da una Ford Falcon XB GT Coupé del 1973, a cui è stato aggiunto un fittizio compressore volumetrico che nel film le consente di essere più veloce di un aeroplano.


Il film ottenne un grosso successo a livello planetario, anche se non immediato per via della censura adottata in molti paesi. Sull'onda di tale successo, George Miller realizzerà con budget ben più corposi altri due film con protagonista Mel Gibson nei panni di Max  Rockatansky: Mad Max 2: The road warrior e Mad Max beyond thunderdome. Si vocifera di un nuovo film della serie che uscirà nel 2015 che si intitolerà Mad Max Fury road e in cui il ruolo di protagonista pare verrà affidato a Tom Hardy
Nel video qua sotto alcune immagini che suggeriscono cosa ci attende in questo nuovo film della saga di Mad Max.

martedì 20 maggio 2014

RoboCop 2 (1990)

Locandina del film
RoboCop 2 uscì nelle sale nel 1990, tre anni dopo il grande successo del film RoboCop di Verhoeven. Questa volta alla regia troviamo Irvin Kerschner, famoso soprattutto per aver diretto "L'impero colpisce ancora", il secondo episodio della serie di "Guerre stellari", mentre la sceneggiatura è affidata a  Frank Miller, noto autore di fumetti, tra cui la serie  "Sin city" e la graphic novel "300", qui all'esordio come sceneggiatore.

Il film è ambientato pochi mesi dopo gli eventi narrati in RoboCop: la città di Detroit è nei debiti fino al collo, e quindi è sempre più nelle mani della OCP, che è sempre interessata alla costruzione di Delta City sulle macerie della vecchia Detroit.
Il cattivo di turno è Cain, un pericoloso criminale che controlla lo spaccio di una nuova e potente droga chiamata Nuke, e che RoboCop (Peter Weller), con l'aiuto della collega Anne Lewis (Nancy Allen), cerca a tutti i costi di fermare.
In un primo momento Cain ha alla meglio, tanto che riesce a fare a pezzi RoboCop, abbandonandolo in fin di vita di fronte alla stazione di polizia. La OCP è l'unica ad avere le risorse per ripararlo, ma è riluttante perché pensa alla realizzazione di nuovi cyborg; alla fine accetta di riparare RoboCop per evitare cadute di immagine, ma rielabora la sua programmazione inserendo centinaia di direttive nel sistema operativo di RoboCop che rischiano di farlo impazzire.
RoboCop dopo essere stato fatto a pezzi da Cain
RoboCop quindi decide di sottoporsi a una scarica elettrica da alto amperaggio che gli permette di cancellare tutte le direttive aggiunte dalla OCP: ora è pronto a battersi con Cain, e infatti dopo una battaglia sanguinosa riuscirà a catturarlo.
Purtroppo la OCP ha piani diversi per Cane: è infatti stato scelto come cavia per la realizzazione di una nuova generazione di cyborg chiamato RoboCop II. Come era prevedibile, ben presto Cane diventa incontrollabile e servirà un furioso scontro con la polizia di Detroit capeggiata da RoboCop per distruggerlo definitivamente.

Dopo il grande successo di RoboCop era inevitabile che venisse girato un seguito riguardo al cyborg di pattuglia di Detroit.
Come nell'originale anche questo film è più volte interrotto da finti spot pubblicitari che dipingono un futuro violento e degenerato, anche se poi il tono dell'intero film è molto meno cupo del precedente. Il livello di violenza è infatti è più basso, e anche la satira sociale si dimostra essere più grossolana e molto meno efficace.
La nuova generazione di cyborg
ideata dalla OCP
Non so quanto abbia influenzato l'aver letto il nome di Irvin Kershner nella scheda tecnica del film, ma devo dire che in più di un'occasione mentre guardavo RoboCop muoversi non ho potuto fare a meno di pensare mentre cammina ha le stesse movenze di C-3PO, il droide imbranato color oro della serie Guerre Stellari. E credo che in definitiva questo sia il punto forte del film: come l'originale, non si prende troppo sul serio, rinunciando anche a gran parte della componente satirica in favore di un puro action movie, sostenuto da effetti speciali più che dignitosi e da scene con un taglio quasi demenziale.
Molto più semplice in questo film il compito di Peter Weller, che recita per la quasi totalità del film con il costume di RoboCop addosso; sufficiente anche la prova del resto del cast.


In definitiva un film discreto, che non aggiunge nulla al primo film della serie ma che si lascia guardare ancora oggi. Il tono leggero, a tratti quasi demenziale della storia è secondo me un aspetto positivo, che di fatto rende accettabili certi passaggi a vuoto della sceneggiatura. 

giovedì 15 maggio 2014

10 differenze tra RoboCop 2014 e l'originale

Locandina del film

Ormai la si può considerare una sorta di regola: ogni tentativo di remake porta con sé uno strascico di polemiche ancor prima che il film faccia la sua comparsa nelle sale, soprattutto se il film originale ha raggiunto negli anni lo status di cult movie.
Di certo così si può definire il film RoboCop, diretto da Paul Verhoeven nel 1987 e tuttora considerato un'icona del cinema  anni '80.
Il nuovo film diretto da Josè Padilha si discosta sotto molti aspetti dal film originale, e secondo me è un punto a favore del remake, che almeno prova a differenziarsi e ad avere un senso autonomo. Piuttosto che fare una vera e propria recensione, proverò a raccontare il film attraverso 10 differenze che ho colto rispetto all'originale.

1) Approccio narrativo: se Verhoeven, nel tentativo di filmare una pesante satira della cultura americana punta su una massiccia dose di violenza e scene comiche, Padilha fa un film più serio, con al centro domande filosofiche di un certo spessore. Per esempio, è giusto che un robot privo di sentimenti possa uccidere un uomo? Inoltre decide di indagare maggiormente  l'esperienza esistenziale di Murphy (qui interpretato da Joel Kinnaman, già visto nella serie TV The Killing), che pur nelle vesti di RoboCop cerca di rimanere il più umano possibile, nonostante la maggior parte del suo corpo sia una macchina e i tanti sforzi che l'OCP mette in campo per soffocare la sua componente umana.

Samuel Jackson nei panni di
Patrick Novak
2) Intermezzi: nel film originale Verhoeven ne fa un largo uso, sia con finti spot pubblicitari che con brevi notiziari, per criticare apertamente la società consumistica americana tipica degli anni '80. Anche Padilha utilizza questi intermezzi anche se in misura minore, e sempre attraverso la voce e il volto di Patrick Novak, interpretato da Samuel L. Jackson, puntando sul tema di maggior attualità negli USA degli anni 2000, e cioè la sicurezza nazionale: fin dove ci si può spingere per difenderla? 


Robocop e sua moglie
3)Ruolo della famiglia: nel primo RoboCop ha un ruolo marginale, limitandosi ad apparire nei ricordi di RoboCop. Di fatto la sua famiglia è convinta che Murphy sia morto, ha abbandonato la vecchia casa e ha cercato di rifarsi una vita. Nel remake invece è la moglie di Murphy ad autorizzare l'intervento che lo trasformerà in RoboCop, e quest'ultimo continuerà sempre ad avere ricordi della propria famiglia, con la quale avrà anche diversi contatti. Il rapporto con la moglie e il figlio (interpretati rispettivamente da Abbie Cornish e John Paul Ruttan) rappresenterà il principale ostacolo per l'OCP di annullare il lato umano di RoboCop in modo da controllarne le azioni.

4) Partner: nell'originale è una donna, Anne Lewis, e avrà un ruolo fondamentale verso la fine del film, dove salverà la vita a RoboCop più di una volta. Nel remake è invece un uomo, Jack Lewis (Michael K. Williams), e anche lui si rivelerà essenziale per RoboCop nella seconda parte del film.


5) Antagonisti: nell'originale RoboCop dovrà vedersela con il principale criminale della città e con il vice presidente della OCP, che è in combutta con il criminale. Nel nuovo film la situazione è abbastanza simile: prima RoboCop affronterà il boss del crimine responsabile della "morte" di Murphy, e nel finale dovrà vedersela con il presidente della OCP (interpretato da Michael Keaton) che tenterà di uccidere RoboCop quando capisce che non è più sotto il suo controllo.

6) Morte di Murphy: in realtà nel remake non muore, ma viene ridotto in fin di vita da un'esplosione causata da un attentato dinamitardo, mentre nell'originale Murphy viene ucciso e fatto a pezzi a suon di fucilate da Clarence Boddicker e compari.

Gary Oldman nei panni del
dottor Dennett Norton
7)Creatore: nell'originale è un dirigente senza scrupoli della OCP, che sfrutta la morte di Murphy e il fallimento dei robot, e propone al grande capo della OCP il suo progetto: un cyborg di pattuglia. Nel remake è invece il dottor Dennett Norton, interpretato da un notevole Gary Oldman, che farà quasi da padre a RoboCop, aiutandolo anche da un punto di vista psicologico.

8)Armatura di RoboCop: nell'originale l'armatura di RoboCop era più… "robotica", se mi passate il termine, tanto da farlo risultare lento e goffo, anche se praticamente inarrestabile. Nel nuovo film troviamo un'armatura con un design molto simile all'originale, anche se per gran parte del film sarà di colore nero, ma soprattutto consente a RoboCop di essere più agile e meno appesantito nei movimenti.

9)Ruolo della OCP: nel film originale la OCP riesce ad ottenere l'appalto per la gestione della sicurezza pubblica della città di Detroit, e vorrebbe integrare il personale umano con dei robot per debellare più velocemente il crimine. Purtroppo i robot non si dimostrano affidabili, e quindi si fa strada l'idea di un cyborg di pattuglia. RoboCop per l'appunto, a cui svuoteranno la memoria dai vecchi ricordi di Murphy, e inseriranno nel suo cervello una direttiva segreta come misura di sicurezza che impedisce a RoboCop di arrestare qualunque alto dirigente della OCP. Nel remake il contesto è completamente differente, e a mio parere è anche più interessante. La OCP è la principale azienda che produce robot per il controllo dell'ordine pubblico, che gli USA utilizzano in maniera massiccia nelle missioni all'estero, mentre una legge ne vieta l'impiego sul suolo americano. Per aggirare la legge, la OCP decide di creare un cyborg metà uomo e metà macchina, anche se farà di tutto per soppiantare la componente umana di RoboCop. Anche nel nuovo film c'è una sorta di direttiva segreta che impedisce a RoboCop di arrestare i dirigenti della OCP, ma appare molto meno rigida rispetto all'originale.
 
Robocop con la sua moto
10)Armi e mezzi di trasporto: nel film originale RoboCop ha in dotazione solo una Beretta 93R "Auto 9.", anche se si rivela essere più che sufficiente, e come mezzo di trasporto continuerà a utilizzare una semplice auto da pattuglia. Nel remake le armi a disposizione di RoboCop sono molte di più: una Beretta Pistol custom (NI-408) in grado di sparare proiettili taser XREP non letali (50,000 Volt) e  letali (200,000 Volt), un fucile d'assalto RoboCop SMG calibro .50 e un Heckler & Koch MP7A1. Ma al di là delle armi, il nuovo RoboCop ha accesso immediato agli archivi della polizia, nonché alle immagini di tutte le videocamere di sorveglianza sparse per la città. Inoltre nel nuovo film il mezzo di trasporto preferito da RoboCop è una moto.

Conclusione
Come il film di Verhoeven, anche il remake di Robocop è un film che si sviluppa su più livelli. Padilha ha deciso, in maniera piuttosto evidente, di non calcare troppo la mano sull'aspetto action del film, preferendo approfondire tematiche morali e filosofiche sul concetto di umanità e sul rapporto sempre più stretto nella nostra società tra uomo e macchina. Ma se l'aspetto satirico del film originale è praticamente assente nel remake di Padilha, questo non significa che anche quest'ultimo film non contenga una certa denuncia sociale. Per esempio nel film il popolo americano non approva l'uso di robot per il controllo dell'ordine pubblico negli Stati Uniti, ma lo trovano accettabile per il controllo dell'ordine pubblico al di fuori dei propri confini, come se gli americani debbano godere di diritti maggiori rispetto al resto dell'umanità. In realtà credo che la critica non sia rivolta solo agli americani, ma a tutto l'occidente, e probabilmente non è un caso che Padilha sia brasiliano. Andando avanti, personalmente vedo nel tentativo da parte dell'OCP di controllare il lato umano di RoboCop una critica alla nostra società in cui la tecnologia sembra sempre più in grado di controllare le nostre vite.

In definitiva penso il nuovo RoboCop sia un valido film, che riprende  molti spunti dal film originale ma con una sua distinta originalità che lo rende godibile. 

mercoledì 14 maggio 2014

The Lone ranger (2013)


Locandina del film, con i due
protagonisti.
Di questi tempi l'uscita di nuovi film western è cosa rara, soprattutto se si parla di grandi produzioni destinate a un pubblico molto vasto. Per questo attorno al film "The Lone ranger" si erano venute ad accumulare forti aspettative, trattandosi della nuova prova della coppia Verbinsky & Deep, dopo il grosso successo ottenuto con la serie dei pirati dei Caraibi. Purtroppo i timori attorno a questo film si sono rivelati fondati, confermati anche dallo scarso incasso e dalla tiepida accoglienza da parte di critica e pubblico.

Sostanzialmente si tratta di un film brutto, in cui sono veramente poche le cose che si salvano e onestamente non mi va di mettermi a fare un riassunto della trama (ma se proprio vi interessa, ne potete trovare una versione esaustiva qui).
Preferisco invece parlare di cosa non va, a partire dal protagonista, che secondo me è uno dei peggiori che abbia mai visto in un film western. Il problema non è tanto la prestazione di Armie Hammer, che secondo me è passabile soprattutto nei duetti con Jonny Deep, ma piuttosto il modo in cui è stato costruito il personaggio del Lone ranger.
La storia del cittadino istruito pieno di principi morali che si avventura nel selvaggio west prima di tutto non è per nulla originale (Faccia a faccia del 1967, diretto da Sergio Sollima, sfruttava la stessa idea iniziale, sviluppandola poi in maniera molto più sensata), ma la svolta che avrebbe dovuto trasformare il giovane avvocato pieno di principi in un implacabile vendicatore non si palesa mai, anche se è quello che, magari anche solo inconsciamente, tutti si aspettano. E questo rende del tutto illogico e quindi inverosimile l'atteggiamento del personaggio:  paradossalmente è molto più verosimile Tonto nella sua ricerca di vendetta, perlomeno a livello di motivazioni.

Un altro problema è che non si capisce bene che genere di film sia: in certi frangenti sembra di essere di fronte a un film per ragazzi, e quindi con tutte le limitazioni che un film del genere impone, mentre in altre scene l'impressione è che si punti ad accontentare anche un pubblico più adulto. Il risultato però è che non si riesce a soddisfare nessuna delle due fasce di spettatori: un vendicatore mascherato che si rifiuta di sparare contro i suoi avversari può essere un personaggio adatto a un film per ragazzi, ma diventa del tutto assurdo in un film che cerca di prendersi un po' troppo sul serio, come in molti frangenti capita a The Lone ranger. Facciamo pure un esempio: in un classico della commedia western come "Lo chiamavano Trinità", abbiamo due protagonisti che, nell'arco dell'intero film, non uccidono neanche una persona, preferendo riempire  di cazzotti e schiaffoni i loro avversari. Nonostante questo il film funziona perché ha ben chiaro quale è il suo target di riferimento, tanto da mantenere questo tono da commedia per tutta la durata del film. Anche i cattivi di turno sono sostanzialmente delle macchiette comiche  coerenti con il genere di film proposto.
William Fitchner nei panni del crudele
Butch Cavendish.
Non è questa la situazione di Lone ranger: i due protagonisti da commedia vengono messi a confronto con due cattivi di tutto rispetto, che non sfigurerebbero in un western "serio". In una situazione del genere, è del tutto irrealistico che i due protagonisti, uno più tonto dell'altro, riescano a sopraffare i loro avversari che non si fanno scrupoli a uccidere e a fare a pezzi i loro avversari.

Il film poi è troppo lungo, con le scene d'azione concentrate all'inizio e alla fine del film, mentre nel mezzo il ritmo tende a rallentare un po' troppo, almeno per i miei gusti; per come la vedo io, se si vuole semplicemente fare un film di puro intrattenimento, un'ora e mezza di film sono più che sufficienti. Inoltre viene a mancare quel senso di epicità che invece pervadeva "I pirati dei Caraibi", soprattutto nelle scene d'azione, in parte perché la sceneggiatura tende a proporre una trama ridicola e totalmente inverosimile, ma anche a causa di una colonna sonora che manca di epicità e non è per nulla coinvolgente. Onestamente ho poi trovato del tutto assurda e pacchiana la scena dello scontro finale sul treno con l'overture del Guglielmo Tell di Rossini a dettare il ritmo.
Del film si salva l'ambientazione, molto bella e anche molto ben curata a livello di inquadrature e fotografia, e il personaggio di Tonto che, benché a volte sembri un po' troppo sopra le righe, è stato in più frangenti l'unico motivo per cui ho continuato a vedere il film fino alla fine.

STORIA:  la storia di per sé non è terribile, ma è piena di buchi logici che la rendono inverosimile e quindi difficile da digerire. 4/10

PERSONAGGI: John Ried è uno dei personaggi western più fastidiosi che mi sia mai capitato di vedere, mentre Tonto è una delle pochissime cose che si salvano del film. Molto buona anche la prova di  William Fichtner nei panni di Butch Cavendish. 5/10

COMPONENTE FEMMINILE: due i personaggi femminili. Il più interessante è quello di Red Harrington, interpretato da Helena Bonham Carter, padrona di una casa di tolleranza con una gamba in avorio che nasconde una sorta di fucile che userà in un paio di occasioni. Molto più insipido il personaggio di  Rebecca Reid (Ruth Wilson). 5/10

AMBIENTAZIONE: ottimi gli scenari e anche come sono stati gestiti, soprattutto a livello di inquadrature e fotografia. Forse l'unico vero motivo per cui consiglierei la visione di questo film. 8/10

SPARATORIE: le scene d'azione sono concentrate all'inizio e alla fine del film, e sono gestite in maniera dignitose, anche se troppo spesso  appaiono troppo inverosimili. In più non sono accompagnate da una colonna sonora in grado di valorizzarle. 6/10


COLONNA SONORA: non ai livelli di "I pirati dei Caraibi"; manca totalmente di epicità e non riesce a essere coinvolgente. 5/10